Opinione

«World of Warcraft» è il miglior gioco di tutti i tempi

Philipp Rüegg
6.7.2026
Traduzione: Martina Russo

Digitec Galaxus ha messo insieme una giuria di 47 esperte ed esperti e ha selezionato i 100 migliori videogiochi di tutti i tempi. Ecco il vincitore assoluto.

«World of Warcraft» è stato il mio primo grande gioco del cuore. Nessun altro gioco provoca in me una sensazione così intensa anche dopo oltre 20 anni. Nessun altro titolo mi evoca così tanti ricordi magici come l'MMORPG (Massively Multiplayer Online Role-Playing Game) di Blizzard. Questo gioco ha rivoluzionato il genere e, nei suoi momenti di maggior popolarità, ha tenuto incollati allo schermo 15 milioni di giocatrici e giocatori in tutto il mondo. «World of Warcraft» ha respinto tutti gli attacchi al suo primato ed è ancora oggi uno dei pochi giochi per cui molti sono disposti a pagare un abbonamento mensile.

Nessun altro gioco è più riuscito a superare WoW.
Nessun altro gioco è più riuscito a superare WoW.
Fonte: Blizzard

Mi ricordo ancora perfettamente che cosa ha acceso in me la scintilla: il trailer su un DVD di Gamestar. Sì, all'epoca esistevano ancora i DVD, allegati alle riviste cartacee e su un disco vero e proprio, non solo con un codice di download. Mi sono guardato e riguardato quell'anteprima allo sfinimento. Allora non avrei saputo dire con precisione cosa mi attirasse così tanto; non ero nemmeno particolarmente interessato a «Warcraft». Ma dopo «Diablo» e «Starcraft», Blizzard per me era diventata il mio marchio di garanzia personale Nintendo. Giocare a un gioco di ruolo ambientato in un mondo gigantesco insieme ad altri giocatori era una prospettiva incredibilmente allettante per un neofita degli MMORPG come me.

Una sete inesauribile di scoperte

Ho ceduto al richiamo già dalla versione beta. Prima, però, ho dovuto spulciare numerosi forum online per recuperare uno degli ambitissimi codici di accesso. Quando finalmente sono entrato nel mondo magico di Azeroth nei panni del mio cacciatore Tauren, è stato subito amore. Nonostante la grafica non offrisse la ricchezza di dettagli e la fisica spettacolare di «Half-Life 2» né gli effetti di luci di «Doom 3», Blizzard era riuscita a creare mondi suggestivi che facevano volare la mia immaginazione. Già solo le vaste distese di Mulgore – il luogo di origine dei Tauren – con la città di Thunder Bluff arroccata su una collina all'orizzonte, risvegliavano la mia voglia di esplorazione come nessun altro gioco.

Gli ascensori per Thunderbluff ti partivano sempre davanti al naso.
Gli ascensori per Thunderbluff ti partivano sempre davanti al naso.
Fonte: Blizzard

Un contributo determinante lo dava anche la poderosa colonna sonora, con il giusto mix di sottile raffinatezza e atmosfere incredibili. Non mi infastidiva mai, nemmeno dopo innumerevoli ore di gioco. Quel leggero frinire, accompagnato dagli strumenti a fiato, che risuonava mentre andavo a caccia di raptor e leoni nelle Savane (The Barrens) mi trasmetteva una pace interiore che oggi non raggiungo nemmeno dopo dieci ore di meditazione.

Il pezzo che ho ascoltato di più, ovviamente, è stato quello del menu principale. Attese che duravano ore e interruzioni della connessione erano all'ordine del giorno. Eppure, quella musica mi ricorda soprattutto il senso di trepidante attesa e le farfalle nello stomaco mentre aspettavo che il gioco finisse finalmente di caricarsi.

Giocare fino a cavarti gli occhi

In occasione del lancio ufficiale in Europa, nel febbraio 2005, io e il mio amico del cuore abbiamo sistemato i nostri PC sul tavolo da pranzo. I miei genitori erano in vacanza, ci siamo procurati una scorta di snack, birra e una certa «erba miracolosa» e abbiamo giocato per tre giorni di seguito. Facevamo qualche pausa solo per dormire o quando il server ci cacciava fuori per l'ennesima volta. «Never play on launch day»? Ma figurati, chi lo dice non è un vero gamer! Noi gustavamo ogni minuto, anche se dopo ogni clic c'era regolarmente un lag di trenta secondi e il mio personaggio ormai non si trovava più dove pensavo che fosse. L'ho comunque amato come nessun altro gioco prima d'allora. La domenica avevo gli occhi così iniettati di sangue come quelli del mio Stregone non morto. Smettere era impossibile: c'era così tanto da vedere e da imparare ad Azeroth.

Dopo tre giorni di maratona di WoW ero letteralmente il ritratto della salute.
Dopo tre giorni di maratona di WoW ero letteralmente il ritratto della salute.
Fonte: Blizzard

Quando, al livello 40, ho ottenuto la mia prima cavalcatura – un cavallo nero con occhi e zoccoli infuocati, come si addice a uno stregone – niente più poteva fermarmi. Ho piantato gli speroni nel fianco del mio cavallo e sono partito alla scoperta del grande, vastissimo mondo. Finalmente potevo esplorare tutte le aree molto al di sopra del mio livello. Grazie alla velocità superiore del 60%, potevo superare al galoppo nemici potentissimi, ma comunque con un livello di tensione elevatissimo. Spesso bastava un sol colpo per mandarmi al cimitero più vicino, da cui dovevo trascinarmi fino al mio cadavere sotto forma di fantasma.

Questo però non mi impediva di esplorare il territorio circostante fino alle prime ore del mattino, con uno stuolo di Wildkin al seguito. Mi concedevo una pausa per riprendere fiato solo quando arrivavo alla spiaggia, nel profondo Est. Allora immergevo i piedi nell'acqua, ammiravo le Testuggini Draconiche che sguazzavano e inviavo ai miei amici in chat degli screenshot del mio viaggio.

L'ingrediente segreto: l'essere umano

L'aspetto multiplayer è, senza alcun dubbio, ciò che trasforma un gioco di ruolo eccellente in uno spettacolare. Ad esempio quando incontravo un'altra anima solitaria nel mezzo del nulla e lei mi aiutava, di sua spontanea volontà, a combattere contro i demoni del fuoco. Oppure nei tanti dungeon, da Shadowfang Keep fino a Blackrock Mountain, dove mi disperavo perché alle due del mattino avevo perso al lancio dei dadi e non avevo recuperato il pezzo mancante del mio set di armature. O ancora quando un alchimista, invece di fondere dei lingotti d'oro per me, se l'era svignata con i miei materiali.

Non dimenticherò mai i momenti più alti e i peggiori di quelle interazioni umane. E nemmeno i miei compagni della gilda «KULT». Insieme ad altri 39 nerd, ci eravamo avventurati nel leggendario Molten Core, all'epoca il dungeon più grande e più difficile, alla fine del quale il demone del fuoco Ragnaros attendeva il gruppo.

Prima di affrontare Ragnaros, dovevi sconfiggere altri otto boss, cosa che spesso richiedeva diversi giorni.
Prima di affrontare Ragnaros, dovevi sconfiggere altri otto boss, cosa che spesso richiedeva diversi giorni.
Fonte: Blizzard

Tramite TeamSpeak, il predecessore di Discord, ci eravamo divisi in squadre, ciascuna con i propri capisquadra e un capo incursione che coordinava il tutto. E che era anche la persona che, dopo la vittoria contro un boss, saccheggiava e distribuiva il bottino. Ancora oggi mi risuona nella testa la sua voce che grida: «Epic looooooot». Mi viene la pelle d'oca.

Anche le battaglie PvP nei dintorni di Tarren Mill tra l'Orda e l'Alleanza sono leggendarie. Quella volta non esistevano ancora arene multigiocatore dedicate. Inoltre, io giocavo su un server PvE, dove le due fazioni non riuscivano ad attaccarsi a vicenda così facilmente. E non c'erano nemmeno i punti esperienza. Ciononostante, sostenevamo delle battaglie ferocissime, esultando quando riuscivamo a sconfiggere un paladino nonostante la sua stupida bolla e imprecando quando un furfante ci uccideva con un attacco a sorpresa.

Anche le improvvise epidemie che sterminavano intere popolazioni erano un'esperienza unica. Sfruttando un bug, alcuni giocatori erano riusciti a portare fuori da Zul'Gurub un debuff – una specie di maledizione – e lo diffusero in tutta Azeroth. Sul nostro server il debuff è arrivato alle porte di Orgrimmar, la capitale degli Orchi. Di colpo le strade della città si sono riempite di cadaveri e la chat è stata inondata di messaggi su cosa fare per non essere contagiati. Questo incidente è servito ai medici durante la pandemia di coronavirus come esempio per la lotta contro il virus.

La situazione sul nostro server non era poi così tragica.
La situazione sul nostro server non era poi così tragica.
Fonte: Blizzard

Se solo avessi più tempo

Potrei riempire interi album fotografici con i miei ricordi di WoW. Potrei raccontare anche di quel momento assolutamente epico in cui si sono aperte le Porte di Ahn'Qiraj mandando quasi in tilt il server. Oppure di quell'altra volta in cui, utilizzando un cavetto di collegamento realizzato grazie alle mie abilità tecniche, sono riuscito a evitare a tutto il nostro gruppo di incursori il viaggio di ritorno. Quando ripenso a quei tempi, ho le punta delle dita che fremono. Il lancio di WoW «Classic» nel 2019 ha dimostrato, per una volta, che non è solo merito degli «occhiali rosa» della nostalgia.

Il gioco mi ha subito catturato di nuovo, come se non avessi mai smesso di giocarci. In «World of Warcraft», fascino e dipendenza vanno di pari passo. L'ho imparato sulla mia pelle nel periodo dell'università. Giocavo ogni volta che avevo un momento libero. Mi collegavo regolarmente anche la mattina, prima di andare a lezione. A volte per raccogliere risorse per i raid o per chiedere nella chat se qualcuno avesse visto Broken Tooth, l'animale dalla velocità d'attacco più elevata e quindi estremamente ambito dai cacciatori come me.

La mia versione di Broken Tooth si chiamava Fritz The Cat.
La mia versione di Broken Tooth si chiamava Fritz The Cat.
Fonte: Blizzard

Verso la fine del primo semestre, ormai era abbastanza chiaro che avrei avuto bisogno di un anno in più. È stato allora che ho optato per una disintossicazione radicale e ho cancellato tutti i miei personaggi. R.I.P. Philardes e co. Sapevo che altrimenti non sarei riuscito a resistere. Ma era già troppo tardi. Mentre i miei studi si protraevano ancora, il mio tempo con «World of Warcraft» era ormai finito. Ma sarà sempre indimenticabile.

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Da bambino non mi era permesso avere console. Solo con il PC di famiglia, un 486, mi si è aperto il magico mondo dei videogiochi. Oggi di conseguenza compenso in modo esagerato. Solo la mancanza di tempo e denaro mi impedisce di provare ogni gioco esistente e di riempire la mia libreria con rare console retrò. 


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