NASA / Colorazione: Jared Andersen (Reddit)
Retroscena

Margaret Hamilton: la donna che ci ha regalato la Luna

Luca Fontana
9.10.2026
Traduzione: Nerea Buttacavoli

Quando il primo allunaggio rischiava di fallire, il suo software ha permesso di portarlo a termine. Margaret Hamilton è morta all'età di 90 anni. Lascia un'eredità che va ben oltre lo spazio.

Houston, 20 luglio 1969. Mancano solo pochi minuti al primo sbarco sulla Luna nella storia dell'umanità. Neil Armstrong e Buzz Aldrin stanno per atterrare sulla superficie polverosa della Luna. Sotto di loro un mondo estraneo e ostile alla vita. Alle loro spalle centinaia di migliaia di chilometri di oscurità. Sulla Terra milioni di persone che trattengono il respiro.

Poi, all'improvviso, l'allarme. Il computer di bordo è sovraccarico. Proprio ora, nella fase forse più critica dell'intera missione, la tecnologia rischia di crollare. Armstrong e Aldrin devono affidarsi alle istruzioni del controllo di volo di Houston. Proseguire il volo oppure interrompere la missione?

Ciò che i due astronauti non possono sapere in quel momento è che il software del loro computer è stato sviluppato proprio per situazioni del genere. Per rimandare i compiti meno importanti e potersi concentrare su ciò che conta davvero in quel momento. Sull'atterraggio. Sulla sopravvivenza degli astronauti. Sulla realizzazione di un sogno dell'umanità. E dietro a quel software c'è una donna il cui nome, all'epoca, quasi nessuno conosceva.

Margaret Hamilton.

Margaret Hamilton nel 1995. Questa pioniera dell'informatica ha lasciato un'impronta non solo sull'allunaggio, ma anche sullo sviluppo del software moderno.
Margaret Hamilton nel 1995. Questa pioniera dell'informatica ha lasciato un'impronta non solo sull'allunaggio, ma anche sullo sviluppo del software moderno.
Fonte: Daphne Weld Nichols / CC BY-SA 3.0

Il 30 settembre 2026 è venuta a mancare all'età di 90 anni, come riporta il Massachusetts Institute of Technology (MIT) nel suo necrologio. Il mondo perde così una delle pioniere più importanti della storia dell'informatica. Una donna che non solo ha contribuito a portare l'uomo sulla Luna, ma ha anche rivoluzionato la nostra concezione di ciò che un software è in grado di fare.

La donna dietro le righe

C'è questa famosa foto in bianco e nero del 1969. Nell'immagine si vede una giovane donna in piedi accanto a una pila di fogli con il codice stampato. La pila è alta quasi quanto lei. Margaret Hamilton sorride alla fotocamera, quasi con nonchalance, come se non fosse nulla di speciale.

Eppure, in queste montagne di carta si nasconde un pezzo di storia dell'umanità.

Un'immagine che farà la storia: Margaret Hamilton nel 1969 accanto al codice di programma sviluppato dal suo team per le missioni Apollo.
Un'immagine che farà la storia: Margaret Hamilton nel 1969 accanto al codice di programma sviluppato dal suo team per le missioni Apollo.
Fonte: Museo del MIT / Restauro di Adam Cuerden

Si tratta del software che Hamilton e il suo team hanno sviluppato al MIT per il programma Apollo. Migliaia e migliaia di righe di codice, scritte per computer le cui prestazioni, dal punto di vista odierno, appaiono davvero irrisorie. Eppure dovevano rendere possibile qualcosa che fino ad allora esisteva solo nei romanzi di fantascienza: portare gli esseri umani su un altro corpo celeste – e riportarli indietro.

Affermare che la sua storia sia straordinaria sarebbe un eufemismo. Hamilton, nata nel 1936 nello Stato dell'Indiana, ha studiato matematica – una materia in cui all'epoca le donne erano ancora una rarità. I suoi primi passi nel mondo del lavoro l'hanno portata nel campo della ricerca meteorologica, dove ha sviluppato programmi per le previsioni meteorologiche. Da lì è passata al MIT e, nel 1965, è entrata a far parte del progetto Apollo della NASA. Pochi anni dopo era già a capo dei team responsabili del software di bordo dei veicoli spaziali. All'epoca aveva appena 30 anni.

Nel 2016 Margaret Hamilton riceve dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama la Presidential Medal of Freedom, a quasi 50 anni dallo sbarco sulla Luna.
Nel 2016 Margaret Hamilton riceve dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama la Presidential Medal of Freedom, a quasi 50 anni dallo sbarco sulla Luna.
Fonte: Lawrence Jackson / White House

Quindi non solo era giovane. Era anche una donna in un mondo dominato dagli uomini, che per di più lavorava in una disciplina che all'epoca non veniva nemmeno presa sul serio come branca autonoma dell'ingegneria. Il software era considerato una questione secondaria. L'hardware, le macchine, i missili: quella era la vera arte dell'ingegneria. I programmi, invece, erano qualcosa che bisognava semplicemente aggiungervi.

Hamilton la vedeva diversamente.

Si è battuta affinché il software fosse riconosciuto come componente a pieno titolo dei sistemi tecnici complessi. A tal fine ha utilizzato un termine che all'epoca suscitava ancora risate tra i suoi colleghi: software engineering. Oggi è una cosa ovvia. All'epoca era quasi rivoluzionario.

L'arte di fare i conti con l'ignoto

Ciò che rendeva il lavoro di Hamilton così straordinario non era solo la sua abilità tecnica. Era il suo modo di pensare. Aveva capito una cosa che oggi può sembrare scontata, ma che all'epoca non lo era affatto: le persone commettono errori. E quindi anche le macchine. E chi sviluppa sistemi da cui dipendono vite umane non può limitarsi a sperare che tutto vada per il meglio.

Un piccolo aneddoto sulla storia dello sviluppo del programma Apollo lo illustra in modo particolarmente efficace. Un giorno, Lauren, la figlia di quattro anni di Hamilton, stava giocando con un simulatore nel laboratorio del MIT. Nel farlo, ha inavvertitamente attivato una funzione del programma che non avrebbe mai dovuto essere attivata durante un volo spaziale. Il simulatore si è bloccato.

Hamilton ha subito riconosciuto il pericolo. Voleva evitare che un errore del genere potesse verificarsi anche durante una missione vera e propria. Tuttavia, i suoi superiori hanno inizialmente respinto la richiesta di apportare una modifica relativa al software, argomentando che gli astronauti fossero altamente qualificati e che una cosa del genere non sarebbe mai successa.

Poi è arrivata la missione Apollo 8. Nel dicembre 1968, per la prima volta, alcuni uomini lasciarono l'orbita terrestre per orbitare intorno alla Luna. A bordo c'era il pilota Jim Lovell, che in seguito avrebbe comandato anche la famosa missione Apollo 13. Tra tutti è stato proprio lui, uno dei migliori astronauti della NASA, ad attivare per sbaglio durante il volo quella funzione contro cui Hamilton aveva messo in guardia. Sono andati persi importanti dati di navigazione. Hamilton e il suo team hanno dovuto intervenire per risolvere il problema. A quel punto era ormai chiaro: Hamilton aveva ragione.

Jim Lovell, Frank Borman e William Anders (da sinistra) furono i primi esseri umani a orbitare intorno alla Luna nel 1968. Si è verificato un grave errore operativo.
Jim Lovell, Frank Borman e William Anders (da sinistra) furono i primi esseri umani a orbitare intorno alla Luna nel 1968. Si è verificato un grave errore operativo.
Fonte: NASA

Questa esperienza è diventata un principio fondamentale del suo lavoro. Il software non doveva funzionare solo finché tutti rispettavano le regole. Doveva funzionare anche nel caso in cui qualcuno commettesse un errore. Quando succedeva qualcosa di imprevisto. Se fosse successo proprio ciò che nessuno si sarebbe mai aspettato.

Quanto fosse importante questo modo di pensare è emerso pochi mesi dopo sulla Luna.

Un piccolo passo e migliaia di righe di codice

Torniamo al 20 luglio 1969. Mentre Armstrong e Aldrin si avvicinano alla superficie lunare, il computer di bordo è sovraccarico. Ma invece di bloccarsi completamente, il software riconosce quali operazioni sono indispensabili per l'atterraggio. Mette in secondo piano i processi meno importanti e continua a lavorare. Esattamente come avevano previsto Hamilton e il suo team.

Il centro di controllo della missione dà il via libera e la missione può proseguire. Armstrong assume il controllo manuale e cerca un punto di atterraggio adatto. Il carburante sta finendo. I secondi scorrono. E poi, finalmente, le parole che tutto il mondo stava aspettando:

«Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed».

L'Aquila è atterrata.

Poche ore dopo, Neil Armstrong è il primo uomo a mettere piede sulla Luna. Le immagini fanno il giro del mondo. Diventano il simbolo di un'intera epoca, la prova che l'umanità è in grado di realizzare anche i propri sogni più audaci. Armstrong diventa immortale, come anche Aldrin. I loro nomi saranno riportati nei libri di storia, i loro volti appariranno sui francobolli e le loro parole saranno tramandate di generazione in generazione.

Margaret Hamilton, invece, rimane quasi del tutto sconosciuta. Eppure proprio il suo lavoro è stato uno dei presupposti affinché quelle parole potessero essere pronunciate. Ovviamente non è stata lei da sola a portare l'uomo sulla Luna. Apollo è stato il risultato dello sforzo di centinaia di migliaia di persone. Di ingegneri, matematiche, tecnici, scienziate e astronauti. Un'impresa collettiva straordinaria, sostenuta da conoscenze, ambizione, volontà politica e, non da ultimo, da ingenti risorse finanziarie.

Ma il contributo di Hamilton ci ricorda che la storia non è scritta solo da coloro che alla fine finiscono davanti alle telecamere. È scritta anche da coloro che fanno in modo che le telecamere abbiano effettivamente qualcosa da riprendere.

Immagine di copertina: NASA / Colorazione: Jared Andersen (Reddit)

A 903 persone piace questo articolo


User Avatar
User Avatar

Scrivo di tecnologia come se fosse cinema – e di cinema come se fosse la vita reale. Tra bit e blockbuster, cerco le storie che sanno emozionare, non solo far cliccare. E sì – a volte ascolto le colonne sonore più forte di quanto dovrei.


Software
Segui gli argomenti e ricevi gli aggiornamenti settimanali relativi ai tuoi interessi.

Retroscena

Curiosità dal mondo dei prodotti, uno sguardo dietro le quinte dei produttori e ritratti di persone interessanti.

Visualizza tutti

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Visualizza tutti

Potrebbero interessarti anche questi articoli

198 commenti

Avatar
later