Retroscena

«La dipendenza da shopping è una dipendenza silenziosa»

Marc Engelhard
25.3.2026
Traduzione: Rebecca Vassella

Una persona su cinque è sull'orlo della dipendenza dagli acquisti, afferma Christina Messerli. Eppure, quasi nessuno ne parla. L'esperta di dipendenze mi spiega in un'intervista come puoi capire se qualcuno ha bisogno di aiuto.

L'altra notte ero a letto e stavo scrollando sul telefono. È stata una settimana stressante. Così d'impulso ho prenotato un viaggio in Thailandia, spendendo un sacco di soldi, molto più del budget che mi ero prefissato. Questo, dopo essere appena stato in Thailandia. Ho un problema?
Questo non lo posso dire. Come ti sei sentito dopo?

Mi sono sentito un po' in imbarazzo. Chi è che prenota due viaggi in Thailandia uno dopo l'altro?
Trovo interessante il fatto che tu dica di aver passato un periodo di stress. Questo indica che ti rendi conto che a volte, proprio a causa di uno stato d'animo del genere, fai acquisti nella speranza che ti faccia stare meglio. Ma è proprio questo che, poco dopo, spesso porta a una sorta di disagio.

Da dove viene questo disagio?
Probabilmente non sai se sei tu a controllare il tuo comportamento oppure se ti stai facendo controllare. Non mi preoccuperei tanto del viaggio in Thailandia. Piuttosto, la situazione presenta un elemento che può indicare acquisti problematici: il disagio personale. Purtroppo, molte persone lo sorvolano, lo ignorano e finiscono così in un vortice.

Cosa significa «molte persone»?
Secondo le statistiche ufficiali, in Svizzera il cinque percento della popolazione soffre di una vera e propria dipendenza dagli acquisti. Tuttavia, una persona su cinque si trova in una zona a rischio. Si tratta dello stesso valore che c'è per l'alcolismo, se non più alto.

Come faccio a capire se faccio parte di questo 20%?
Potresti chiederti: ho mai subito conseguenze negative a causa delle mie abitudini di acquisto? Problemi di coppia? Ho già sforato il mio budget e alla fine del mese non avevo più soldi? Il grande problema è che il passaggio da un comportamento rischioso a una dipendenza avviene solitamente in modo graduale. Forse hai un comportamento rischioso perché fai sempre acquisti in momenti di frustrazione. Ma questi momenti passano. Poi però succede qualcosa di inaspettato, una separazione o una perdita. E non conosci altra strategia se non quella di fare acquisti. All'improvviso il comportamento a rischio si trasforma in una dipendenza.

Questo riguarda tutte le persone allo stesso modo? Oppure c'è chi è maggiormente a rischio?
In linea di principio, la dipendenza può colpire chiunque. Tuttavia, poiché è multifattoriale, ovvero può avere diverse cause, il rischio non è uguale per tutti. La propria storia di vita è significante. Chi cresce con genitori tossicodipendenti ha un rischio cinque volte maggiore di sviluppare a sua volta problemi di dipendenza. Allo stesso tempo, anche le condizioni strutturali giocano un ruolo importante. Quanto si è informati e quali valori vigono in una società. In passato erano soprattutto le donne a soffrire di dipendenza da shopping, oggi sono altrettanto spesso gli uomini ad acquistare, soprattutto gadget digitali.

Per la dipendenza da shopping fa differenza se si acquista online o offline?
Gli acquisti online hanno rappresentato una svolta nello sviluppo della dipendenza da shopping e ne costituiscono un fattore scatenante estremamente forte. È possibile fare acquisti online 24 ore su 24 e persino dal proprio letto, non ci sono praticamente barriere naturali. La dipendenza dagli acquisti ha molto a che fare con la disponibilità. A questo si aggiungono gli algoritmi che prendono di mira la persona, colpendo spesso chi è vulnerabile e non ha un'autostima molto stabile. Un tema centrale per gli adulti – e soprattutto per gli adolescenti – che soffrono di dipendenza da shopping.

Perché?
I giovani sono particolarmente esposti a questo rischio. Scorrono continuamente i social, si confrontano. Con le numerose app di social media aumenta inoltre la paura di perdersi qualcosa. La FOMO, ovvero la «Fear of Missing Out», può anche aumentare la pressione a comprare di più. Così, a un certo punto, lo shopping diventa un modo per regolare le emozioni.

Il problema non si risolve, almeno dal punto di vista finanziario, con la possibilità di restituire i propri acquisti online?
In realtà ci sono due presupposti errati alla base di questa affermazione. In primo luogo, le persone con molto denaro potrebbero rendersi conto solo in un secondo momento di avere un problema con il proprio comportamento d'acquisto. Ma il disagio è lo stesso: anche loro si vergognano se hanno 17 borse nell'armadio. In secondo luogo, chi soffre di shopping compulsivo tende ad accumulare. Perché se restituiscono i prodotti, qualcuno potrebbe accorgersi che c'è qualcosa che non va.

  • Retroscena

    Una confessione: sono dipendente dallo shopping

    di Thomas Meyer

Thomas Meyer, scrittore e autore della nostra rivista, ha descritto in modo toccante la sua dipendenza dagli acquisti in un articolo. Inoltre, soffre di depressione e ADHD. In che modo questo è collegato alla sua dipendenza?
Poiché l'atto di acquistare, e soprattutto il momento di trepidante attesa che precede l'acquisto, provoca il rilascio di dopamina nel cervello, che può attirare le persone affette da ADHD. Come altre dipendenze o comportamenti problematici, anche la dipendenza da shopping si manifesta spesso in concomitanza con disturbi e malattie psichiche. Gli esperti parlano in questi casi di comorbilità. Tuttavia, questo fenomeno è ancora troppo poco riconosciuto e troppo spesso considerato un tabù.

Cosa intendi esattamente?
Le persone affette da questa dipendenza considerano la loro dipendenza come una debolezza. Non ne parlano e si isolano. A lungo termine, questo può portare a una spirale negativa. Lo descrive molto bene anche Thomas Meyer. All'inizio fai acquisti per quella breve scarica di dopamina. Quando diventa un'abitudine, questa sensazione si attenua, mentre aumentano gli effetti negativi. E poi all'improvviso fai acquisti perché ti fanno stare meglio. Lo shopping è quel breve momento in cui puoi rilassarti. Subito seguito da sensi di colpa che vuoi far sparire con altri acquisti. Chi è intrappolato in questo circolo vizioso prova sentimenti molto difficili, che possono arrivare fino all'odio verso se stessi. Ci si vergogna, quindi si nasconde il proprio comportamento e non se ne parla. Il fatto che lo shopping abbia una conseguenza positiva non aiuta.

Perché si ricevono complimenti per i nuovi vestiti acquistati?
Sì, per esempio. L'acquisto è quasi iconizzato. Con il gioco d'azzardo è diverso. La gente sa che è pericoloso e che per questo è regolamentato dalla legge. Quando si tratta di shopping, invece, il mantra è «comprare rende felici». Finché qualcosa è positivo, è anche più facile nasconderlo. Molte persone con dipendenza dagli acquisti spesso non sanno nemmeno quale sia esattamente il loro problema. La dipendenza da shopping è una dipendenza silenziosa. Per questo motivo bisognerebbe investire di più nell'informazione, sia per le persone affette da questa dipendenza che per chi le circonda.

Ok. Allora, il mio amico si presenta per la terza volta nella stessa settimana con una giacca di pelle nuova di zecca. Come posso reagire senza mettere a rischio la nostra amicizia?
Di solito le persone si mettono sulla difensiva quando vengono interpellate. Ma può succedere che, se dico a qualcuno tre o quattro volte: «Ehi, puoi venire quando vuoi», quella persona improvvisamente capisce. Puoi anche iniziare in modo diretto: «Ehi, ho letto un articolo sulla dipendenza dallo shopping». Mostrare compassione aiuta: «Non so, ho una brutta sensazione» o «Inizio a preoccuparmi». L'importante è il dialogo, che soddisfa un'esigenza. L'ho notato nella sezione commenti dell'articolo di Meyer. Lì si sono incontrate persone coinvolte e interessate e hanno iniziato a parlare di dipendenza dagli acquisti, condividendo anche le strategie che le hanno aiutate.

Quali potrebbero essere queste strategie?
Dipende dalla persona. È sicuramente importante parlarne, per capire il comportamento. Poi si tratta di scoprire quale funzione ha l'acquisto per una persona e quale bisogno si cela dietro. Quindi si tratta di trovare e fare cose che ci fanno bene. Che si tratti di sport, attività fisica, trascorrere del tempo con amici, approfondire un argomento e acquisire competenze. Dovrebbe essere una risposta alla domanda: di cosa ho bisogno e come posso vivere e soddisfare questo bisogno in modo diverso?

Quindi non dovrei più fare acquisti online?
Non necessariamente. L'importante, come scrive anche Thomas Meyer, è fissarsi obiettivi personali realistici. Non devono necessariamente essere pari a zero. È addirittura consigliabile lasciarsi un margine di manovra. La cosa più importante in questo processo è conoscere meglio se stessi.

Thomas Meyer ha tenuto un diario degli acquisti.
Sì, è una buona idea. Inizi osservando. Quando compri qualcosa, ne prendi nota. Annota anche quale stato d'animo ti ha suscitato e quanto denaro spendi. Non devi scrivere usando belle parole, basta registrare i fatti. E dopo un po' di tempo forse ti rendi conto che è più di quanto pensassi.

E quando si dovrebbe cercare aiuto?
Mi piacerebbe che le persone lo facessero prima. Quando provano questo disagio, quando lo shopping ha conseguenze negative. Spesso si rivolgono a noi quando è già troppo tardi. Oppure sono i servizi di consulenza in materia di debito a indirizzarli da noi. Oppure il medico di famiglia.

È sbagliato rivolgersi al medico di famiglia?
No. È giusto cercare aiuto ovunque sia possibile. Da amici e familiari. Poi da noi, da psicoterapeuti o medici. Notiamo però che molti professionisti sanno ancora troppo poco sulla dipendenza da shopping. Non sono sensibilizzati. Ci stiamo lavorando.

Sembra quasi una lotta contro i mulini a vento, non è un po' frustrante a volte?
Non mi dispero, ma ti dirò una cosa. Qualche tempo fa ho partecipato a un programma televisivo su questo argomento. Accanto a me sedevano due psicologi molto intelligenti che lavorano per un rivenditore online tedesco. Hanno condotto esperimenti con i consumatori per scoprire quale comportamento mostrano e come possono trattenerli più a lungo sulla piattaforma. Suonava più o meno così: qui ha esitato un attimo, a questo punto potrebbe abbandonare; è qui che dobbiamo attirare il cliente. Ero sbalordita da quanti soldi l'industria spende per dare la caccia a noi consumatori e consumatrici. L'essere umano diventa un oggetto. Sono scioccata dal fatto che anche psicologi e psicologhe e altri esperti si lascino coinvolgere e sviluppino sempre più dark pattern. A quanto pare hanno dimenticato che dall'altra parte ci sono delle persone. Quando glielo abbiamo fatto notare, hanno risposto che ognuno è responsabile di se stesso. Noi, in quanto esperti, dobbiamo contrastare questo atteggiamento e opporci.

Hai menzionato i dark pattern, quali ti danno particolarmente fastidio?
Tutti quelli che inducono le persone a credere in una falsa urgenza e in una scarsità artificiale. «Altri cinque clienti stanno guardando il prodotto in questo momento» e così via. Anche il trucco utilizzato per suscitare fiducia è piuttosto perfido. Con dati personali. Sappiamo cosa vuoi e con un clic abbiamo proprio quello che fa per te.

Nel nostro negozio, ovvero Digitec Galaxus, non vogliamo assolutamente i dark pattern. Ma la nostra clientela apprezza la nostra pubblicità e desidera un'esperienza di acquisto personalizzata. Dove si traccia quindi il confine?
Il pensiero in bianco e nero o la suddivisione tra il bene e il male non porta a nulla. Dobbiamo rendere giustizia alla complessità. Non è necessario vietare tutto. Ma servono informazione e trasparenza. Per questo mi è piaciuto il testo di Thomas Meyer, perché l'articolo e soprattutto i dialoghi nella colonna dei commenti dimostrano che sulla vostra piattaforma non ci sono solo clienti super resistenti.

Abbiamo appena aggiunto una nuova funzionalità che consente ai clienti di monitorare le proprie spese e di fissare dei limiti. Possono anche decidere di non visualizzare più determinati metodi di pagamento. Si tratta di misure sensate?
Sembra ottimo, praticamente un aiuto all'auto-aiuto. Sono proprio queste le caratteristiche che Thomas Meyer auspicava nel suo testo. Avrebbe preferito che qualcuno gli si fosse avvicinato e gli avesse chiesto dei suoi acquisti compulsivi. L'importante è che le persone sulla vostra piattaforma vedano che queste opzioni esistono. Quindi non nascondetele.

È già abbastanza? O potremmo fare di più?
Ho alcune idee, da quelle più semplici a quelle su scala più ampia. È un passo importante che si parli finalmente della dipendenza da shopping sulle piattaforme di acquisto. Quando le persone possono parlarne apertamente, come ad esempio nella vostra colonna dei commenti, si crea consapevolezza e le inibizioni diminuiscono. Questo formato si presta bene a ulteriori sviluppi. Ad esempio, in un forum che promuova lo scambio e consenta il dialogo con personalità interessanti come Thomas Meyer. Per molte persone colpite, un accesso così facile può essere un primo passo utile. In aggiunta a ciò, potreste offrire un test di autovalutazione che consenta agli utenti di riflettere sul proprio comportamento di acquisto e di classificarlo meglio. Sarebbe inoltre opportuno rivolgersi ai consumatori e alle consumatrici qualora si delineasse un comportamento d'acquisto potenzialmente rischioso. Ciò potrebbe avvenire tramite indicazioni discrete o un link a servizi di assistenza adeguati, come ad esempio su safezone.ch.

Non si rischia a un certo punto di trattare con condiscendenza una buona parte della clientela senza nemmeno rendersene conto?
In una certa misura si tratta di un dilemma. È una novità e all'inizio può sembrare strano. In definitiva, però, è una questione di atteggiamento. Cosa è importante per noi come azienda? La pressione della crescita ha portato alcune aziende ad accettare in parte questa dipendenza, e persino a utilizzarla come strumento di fidelizzazione della clientela. E a questo punto potreste dire: «Noi non lo facciamo. Vogliamo clienti autonomi, informati e soprattutto sani. Forniamo informazioni e parliamo apertamente dei tabù». Siete già dei pionieri in materia di trasparenza. Perché non farlo anche per quanto riguarda la prevenzione e l'individuazione della dipendenza da shopping? Forse potrebbe essere un ulteriore tratto distintivo dagli altri.

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Nel mio lavoro mi occupo di politica, affari e società. Nel tempo libero, mi piace acquistare libri e impilarli a casa. Una volta ho letto che i giapponesi lo chiamano «tsundoku».


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