La Darknet: uno strumento importante per la libertà
Retroscena

La Darknet: uno strumento importante per la libertà

Dominik Bärlocher
Zurigo, il 09.11.2017
Responsabile di traduzione/revisione: Alessandra Ruggieri De Micheli
La Darknet ha mantenuto una presenza mediatica costante da quando una modella è stata rapita e poi rilasciata da una gang che opera su di essa. I politici e i media vogliono bandirla. Durante una conversazione nel mio ufficio, anche uno dei miei colleghi in redazione ha detto di essere favorevole a bandire la Darknet o, almeno, a una persecuzione rigorosa dei suoi criminali. Via al dibattito.

Effettivamente, la Darknet suona come un’entità malvagia. I miti e le leggende urbane che circondano quel lato di Internet che non comprende Facebook, Reddit e Google lasciano molto spazio all'immaginazione. Come accadeva con i bar illegali durante il proibizionismo negli anni Trenta, i rave party e poi i goa party illegali degli anni Novanta e 2000, si dice che nella Darknet si svolgano le peggiori attività possibili e immaginabili. Commercio di droga, armi, essere umani e bestiame, solo per citarne alcune. Sembra che con un solo clic sia possibile cancellare l’infrastruttura IT globale, pubblicare tutti i dati delle nostre carte di credito e altre informazioni personali e che i criminali siano già lì, fuori dalla porta, ad aspettarci.

In breve: la Darknet è un luogo pericoloso pieno di selvaggi assassini senza scrupoli che aspettano solo di farci del male.

C’è qualcosa che non quadra. Sarà proprio così? Quando ai nostri tempi c’erano Napster e l'ancora giovane Bittorrent, si diceva lo stesso di loro. Se tutte queste storie fossero state vere, come minimo la Terra avrebbe dovuto prendere fuoco o implodere. Ma siamo ancora tutti vivi e vegeti. Il mondo occidentale, che secondo varie profezie è sempre vicino alla fine o prossimo a qualche apocalisse, continua a esistere. Il Medio Oriente è ancora lì, così come l'Asia, il Sud America e il resto del mondo. Siamo sopravvissuti a Napster. Bittorrent non ha causato la caduta della democrazia.

E credo che nemmeno la Darknet sarà artefice di uno sterminio di massa.

Sono addirittura convinto che la Darknet sia qualcosa di cui abbiamo bisogno. Bandire o perseguire i suoi utenti senza giusta causa sarebbe contrario al concetto di democrazia in quanto tale e creerebbe un pericolo immediato e concreto per la vita e l’incolumità fisica.

Cos’è la Darknet?

La Darknet come struttura tecnologica è facile da descrivere: è costituita da tutte quelle parti di Internet che non possono essere indicizzate, trovate e pubblicate da motori di ricerca come Google, Bing, Yahoo e così via.

Secondo questa definizione, la tua casella di posta elettronica appartiene alla Darknet. L’intranet della tua azienda? Darknet. La tua bacheca di Facebook? Anche questa fa parte della Darknet.

Il termine «Darknet» è stato coniato negli anni ‘70, quando sono nati i primi computer, per designare le reti isolate da ARPANET (l’antenato diretto di ciò che oggi conosciamo come Internet). Da quel giorno, Internet ha visto parecchi cambiamenti ed evoluzioni e, oggi, la Darknet è una rete di overlay più o meno indipendente il cui scopo principale è garantire l’anonimato dei propri utenti su Internet. Una rete overlay è una rete che si basa su un'altra tecnologia di rete; nel caso della Darknet, Internet. Al giorno d'oggi, ci sono reti overlay per una varietà di scopi. Sono molto convenienti, in quanto permettono di gestire le funzioni di rete con precisione e di disattivare le funzioni indesiderate già al momento della definizione degli standard di rete.

La rete Tor: la Darknet dei media

Ogni volta che i media parlano della Darknet, in realtà non si riferiscono alla tua bacheca privata su Facebook o alla tua casella di posta elettronica, ma della rete Tor. Si tratta di un'invenzione piuttosto intelligente di Tor Project. Inc., un’organizzazione senza scopo di lucro con sede nel Massachusetts.

Il progetto Tor si occupa principalmente dello sviluppo e della manutenzione del browser Tor, una rete overlay composta da quelli che vengono chiamati «nodi». Quando ci si connette a una pagina, indipendentemente dall’origine e dalla destinazione, il browser Tor troverà un percorso casuale tramite i nodi Tor. La connessione è completamente criptata, con una sola eccezione: l’ultimo passo che ti porta dal nodo Tor Exit alla destinazione finale.

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Illustrazione di una connessione Tor. Immagine: torproject.org/eff.org

I nodi Tor non hanno informazioni sul percorso dei dati rispetto al nodo da cui provengono e a quello successivo. Nessun nodo conosce mai l'intero percorso, ma solo il nodo finale. Ogni connessione tra due nodi è criptata in modo specifico e individuale, perciò tracciare il percorso a ritroso è estremamente difficile, se non impossibile.

Oltre al browser, il Tor Project offre risorse che dovrebbero permetterti di mantenere l'anonimato online:

  • Tails: un sistema operativo completamente funzionante che non memorizza i dati dell’utente
  • Orbot: in pratica, Tor per Android
  • Arm: uno strumento a riga di comando per monitorare la rete Tor
  • Pluggable Transports: ti aiuta ad aggirare l’ostacolo quando Tor viene bloccato
  • OONI: rete globale che rileva la censura su Internet

Per noi che viviamo in Svizzera, la necessità di rimanere anonimi su Internet potrebbe essere difficile da capire, anche se le cose presto potrebbero cambiare. Chiunque abbia sperimentato le prime fasi di Internet capirà a cosa mi riferisco: non usavamo mai i nostri nomi reali, ma ci nascondevamo dietro soprannomi; non svelavamo quasi mai il luogo in cui vivevamo, diffidavamo di eBay e mai avremmo potuto immaginare di far parte di un social network come Facebook, basato su nomi reali. Neanche tra un milione di anni.

Oggi, le cose sono diverse. I nickname esistono ancora, ma non li usiamo quasi mai per nascondere la nostra identità. Quei forum che pullulano di post che iniziano con frasi tipo: «Ciao a tutti, sono MetallicaFan1973, ma il mio vero nome è Marco» ormai si stanno estinguendo. Siamo pronti a pubblicare informazioni sul luogo in cui viviamo e condividiamo selfie e foto di qualsiasi cosa stiamo facendo. L’anonimato? Non sappiamo neanche cosa voglia dire.

Qui in Svizzera non abbiamo molto da temere, se non lo stalker occasionale. Statisticamente, un evento raro. Non siamo stati colpiti da alcun attacco terroristico che abbia messo a rischio la nostra vita, il nostro stato è gentile con noi e tutti i gruppi politici possono esprimere le loro opinioni. La manifestazione annuale del 1° maggio è più che altro una festa popolare e, anche se a nessuno piacciono i nazi che si riuniscono sul prato del Grütli il 1° agosto in occasione della festa nazionale svizzera, nessuno penserebbe mai di perseguirli solo per il fatto di essere lì. Tutto questo si riflette nel modo in cui gli svizzeri hanno finora utilizzato Internet. La voce OONI che si riferisce alla Svizzera mostra che non ci sono siti web bloccati nel nostro Paese. Abbiamo accesso incondizionato a qualsiasi tipo di informazione. La Svizzera è contrassegnata in blu sulla mappa mondiale dell’OONI: nessun caso di censura confermata.

Allora, chi ha bisogno di Tor? Solo i criminali e gli assassini?

In Turchia, la mappa mondiale dell’OONI racconta un'altra storia: la nazione è contrassegnata in rosso e la lista dei siti bloccati è lunga.

  • Siti porno
  • Siti sull'educazione sessuale
  • Siti di incontri per omosessuali
  • Siti di condivisione di file
  • Siti di streaming
  • Portali di gioco d’azzardo
  • Siti che forniscono informazioni sulle droghe, in particolare la cannabis
  • Atlanti
  • Siti che promuovono opinioni politiche differenti, tra cui Hizb ut-Tahrir

Si sa che la Turchia blocca anche i social network, Google e alcuni portali di news nazionali in caso di crisi politica. Il regime di Recep Tayyip Erdogan cerca in questo modo di soffocare qualsiasi protesta o sommossa sul nascere. Se nessuno sa che c’è in atto una rivolta, nessuno può unirsi alla lotta. Se nessuno sa che gli scagnozzi del regime stanno attaccando civili innocenti, nessuno può condannarlo.

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Per mantenere la comunicazione attiva nonostante le attività del governo turco, i dissidenti scrivono gli indirizzi DNS con lo spray sulle mura della città. Questo graffito dice «Lasciate cantare il vostro uccellino (Twitter)».

Ci sono altri esempi eclatanti, come le foto di Neda Agha-Soltan, uccisa durante le proteste elettorali iraniane del 2009. La sua morte è stata ripresa in un video e ha scatenato un'enorme ondata di shock e solidarietà in tutto il mondo. Secondo il Time Magazine, «probabilmente si tratta della morte più testimoniata nella storia dell’uomo». Neda Agha-Soltan aveva 26 anni e le sue ultime parole sono state: «Sto bruciando, sto bruciando!»

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Nonostante l'aiuto immediato, Neda Agha-Soltan è deceduta pochi secondi dopo che è stata scattata questa foto.

Persone che vivono in aree di conflitto, Paesi sistematicamente oppressi e nazioni con turbolenze politiche: sono loro che usano o hanno bisogno di Tor. Sono queste le persone che il Tor Project si impegna ad aiutare. L'opinione pubblica ha bisogno di vedere foto che mostrino come vengono uccise persone innocenti, come Neda Agha-Soltan, che non aveva nemmeno partecipato alle proteste. È necessario che i dissidenti turchi possano esprimere la loro opinione in pubblico e la Darknet è un luogo dove le persone possono organizzarsi in modo anonimo, al riparo dal regime. Se non fosse per la Darknet, la primavera araba non sarebbe mai avvenuta. Immagini come il video qui sotto non sarebbero mai diventate pubbliche e per i manifestanti non ci sarebbe stata alcuna possibilità di essere ascoltati su scala globale.

D'accordo, ma tutti gli assassini e gli spacciatori di droga?

Nonostante tutti i suoi vantaggi e il fatto che la Darknet sia essenziale per la democrazia, è innegabile che dietro di essa si celino molte attività illegali. L'anonimato permette a tutti di nascondersi; questa è la definizione stessa del termine. Quindi, la cosa vale anche per i criminali. La Darknet, naturalmente, rappresenta anche loro.

Ross Ulbricht, alias DreadPirateRoberts, ha gestito per anni il mercato delle compravendite della Darknet, la Silk Road). Sul sito web, che si può immaginare come una sorta di eBay, tra le altre cose vengono commerciate droga, pornografia e armi. E poi arte e abbigliamento.

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Screenshot del portale Silk Road

Forse Ulbricht non ha fatto direttamente uso di droghe o altre merci illecite, ma è stato dichiarato colpevole e condannato all’ergastolo per traffico di droga e armi. Tuttavia, non è stato identificato direttamente tramite la Darknet, ma a causa della sua impronta digitale, che non ha coperto bene e che ha permesso alle autorità di tracciare le sue operazioni. I metodi d'indagine tradizionali sono stati sufficienti per dimostrare la sua colpa.

Parlandone con una collega in redazione, è stato detto che «la polizia deve perseguire e sterminare gli assassini e i rapitori o, meglio ancora, tutta la Darknet dovrebbe essere bandita immediatamente».

Il fatto che chi combatte per la libertà debba condividere le stesse tecnologie con i narcotrafficanti e altri criminali del XXI secolo somiglia un po’ al modo in cui gli attivisti antifascisti di Winterthur devono condividere lo stesso Paese con i sostenitori del Pnos di Berna. Affinché la democrazia cresca e prosperi, è fondamentale che persone con opinioni morali ed etiche contrastanti possano incontrarsi allo stesso livello senza dover temere persecuzioni.

Tuttavia, non possiamo dare il via libera alla criminalità. La Darknet ha due meccanismi che rendono estremamente difficile perseguire la giustizia.

Ogni democrazia funzionante si basa sulla presunzione di innocenza. Solo perché qualcuno offre di eseguire un omicidio su Internet, non significa che questa persona abbia effettivamente ucciso o ucciderà qualcuno. Lo stesso vale per la cocaina, il rapimento, la pedopornografia e tutte le altre cose terribili che troviamo sulla Darknet: il fatto che vengano offerte non dimostra che esistano realmente. Un trucco comune spesso messo in atto sulla Darknet è quello di offrire merci, ricevere il pagamento e non consegnare mai i beni promessi. È difficile che qualcuno vada alla polizia e denunci che l'eroina acquistata online non gli è stata recapitata.

Questo significa che tutto sulla Darknet è falso? Naturalmente no. La droga, le armi e probabilmente il traffico di esseri umani esistono e sono un commercio lucrativo. Non molto tempo fa, la polizia tedesca ha scoperto e chiuso «Elysium», un sito web di pedopornografia. Al momento del blitz, la piattaforma aveva più di 87’000 utenti e veniva utilizzata a livello mondiale per lo scambio di materiale pedopornografico e per fissare appuntamenti al fine di abusare sessualmente di minori. Il presunto gestore della piattaforma, un tedesco di 39 anni, è stato arrestato. Dei 87’000 presunti utenti, ne sono stati arrestati 14, di cui cinque in Germania e uno in Austria. Ancora una volta, sembra che i metodi investigativi tradizionali portino a scoprire la piattaforma e non a identificare gli utenti della Darknet.

Le notizie sensazionalistiche sulle macchinazioni malvagie che avvengono sulla Darknet dovrebbero essere prese con le pinze. Se leggo i commenti agli articoli sul presunto rapimento di una donna britannica e analizzo il modo in cui è stato trattato questo caso dal punto di vista giornalistico, oserei dire che questo scetticismo non esiste. Lo stesso vale per la comprensione dal punto di vista tecnologico o socio-politico di cosa sia l’Internet libero.

La gente esige che vengano svolte indagini nella Darknet e che i criminali vengano puniti senza farsi influenzare dalle emozioni e dai pregiudizi personali. Ma qui entra in gioco un altro problema: se la polizia riesce a utilizzare mezzi tecnologici per individuare un pedofilo nella Darknet, allora il governo di Erdogan può utilizzare lo stesso metodo per individuare i combattenti per la Libertà.

La Darknet dovrebbe davvero essere bandita o sorvegliata? O, per dirla in parole povere: vale la pena di arrestare 14 pedofili ma allo stesso tempo condannare migliaia di combattenti per la Libertà che sono costretti a vivere nella paura? Questa è una delle domande che noi, in quanto società del primo mondo, dobbiamo porci. Come possiamo proteggere chi? E chi mettiamo a rischio, così facendo?

In definitiva, dovremo affrontare una domanda che è vecchia quanto l'umanità stessa: a quanta libertà vogliamo rinunciare per un senso di sicurezza che potrebbe comunque essere solo un'illusione?

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Dominik Bärlocher
Dominik Bärlocher
Senior Editor, Zurigo
Giornalista. Autore. Hacker. Sono un contastorie e mi piace scovare segreti, tabù, limiti e documentare il mondo, scrivendo nero su bianco. Non perché sappia farlo, ma perché non so fare altro.

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