Frenetic Film / Studio Ghibli
Retroscena

Finalmente «Principessa Mononoke» in IMAX

Luca Fontana
27.1.2026
Traduzione: Leandra Amato

Dal 6 febbraio, «Principessa Mononoke» arriverà per la prima volta nella Svizzera tedesca, grande e vivido come il film merita: rimasterizzato in IMAX. Un motivo sufficiente per avvicinarsi a un'opera che non ha risposte facili.

Quando si guarda «Principessa Mononoke» per la prima volta, si pensa di poter classificare rapidamente il film. Un film sulla natura. Una favola ambientale. La foresta contro l'industria, gli dei contro le armi, la tradizione contro il progresso. Una di quelle storie in cui a un certo punto diventa chiaro chi è dalla parte giusta.

Ma è proprio questa aspettativa che il film mina fin dall'inizio. E lo fa molto bene.

Dopo una rappresentazione di successo nel 2025 a Ginevra, «Principessa Mononoke» arriva finalmente nella Svizzera tedesca il 6 febbraio – e in un modo mai visto prima: rimasterizzato in IMAX, in risoluzione 4K, con colonna sonora originale e sottotitoli in tedesco.

Questa anteprima esclusiva è resa possibile grazie alla collaborazione tra Digitec Galaxus, The Ones We Love, Frenetic Film e Pathé Schweiz. Qui trovi tutti i link per i biglietti:

Le anteprime si terranno il 6, 7 e 8 febbraio. Ci sarà sicuramente un'altra proiezione con doppiaggio tedesco, ma non si sa ancora quando.

Questo articolo però non è solo un promemoria per la prevendita. È una dichiarazione d'amore. Un approccio a uno dei grandi film di Hayao Miyazaki. E fa parte di una serie di proiezioni IMAX con cui in futuro vogliamo dare consapevolmente spazio ai classici del cinema. Se non vuoi perderti altre novità del genere, seguimi cliccando il pulsante dedicato in fondo alla pagina.

Ma ora basta annunci. Accomodati e metti in sottofondo qualche musica indimenticabile di Joe Hisaishi.

Attenzione: spoiler.

La maledizione che tramandiamo

Maledizioni. Magia. Forze che non vengono dall'esterno, ma dall'interno. Da quando gli esseri umani raccontano storie, raccontano di cose che rimangono impresse e non scompaiono solo perché si distoglie lo sguardo. Rabbia che fermenta troppo a lungo. Paura che si rafforza. Ferite che non guariscono, ma persistono – silenziosamente, tenacemente e inesorabilmente.

Nella mitologia giapponese, queste storie non sono solo fantasia. Sono immagini. Tentativi di rendere tangibile qualcosa di invisibile. L'odio, ad esempio. L'odio non è una breve scarica di emozioni, non è un'emozione che va e viene. L'odio è una condizione simile a una forza tossica che si insedia, cresce, avvelena le relazioni, deforma i paesaggi e alla fine distrugge interi mondi.

Più a lungo si lascia che questo odio continui, più diventa forte. E più difficile sarà liberarsene.

L'odio. È questo il senso di «Principessa Mononoke»? Dopo tutto, la sua storia inizia proprio qui. In un Giappone mitico, alle soglie della società naturale e dell'inizio dell'industrializzazione. Un mondo caratterizzato dallo shintō – la «via degli dei» – in cui montagne, foreste e animali sono abitati dai cosiddetti kami, esseri spirituali divini che vivono con il mondo, soffrono e possono essere feriti.

Al centro, tuttavia, c'è Ashitaka, un giovane principe che deve lasciare il suo villaggio dopo aver ucciso un demone e aver subito una maledizione. Il suo braccio è ora dotato di un potere che gli conferisce una forza sovrumana, ma che lo sta lentamente consumando dall'interno. Un segno che l'odio che ha generato il demone non scomparirà semplicemente se viene sconfitto con la sola forza bruta.

Al contrario.

Nella sua ricerca della fonte di questo odio, Ashitaka si trova in un conflitto che sfida ogni semplice interpretazione.

C'è la foresta, popolata dagli stessi kami sotto forma di lupi, cinghiali e il misterioso spirito della foresta, che lottano per la loro sopravvivenza. E poi ci sono gli abitanti della Città del Ferro, guidati da Eboshi, che disboscano la foresta per estrarre il ferro e proteggere una comunità che altrimenti non ha posto in questo mondo. Nel mezzo si trova San, la cosiddetta ragazza lupo, intrappolata tra i mondi, piena di rabbia, piena di dolore e pronta a morire per la foresta.

Ashitaka non appartiene a nessuno di questi schieramenti. Non combatte per la foresta contro la gente, né per la gente contro la foresta. Il suo obiettivo è un altro, quasi presuntuosamente semplice: scoprire se esiste un modo per continuare a vivere senza distruggersi a vicenda.

Responsabilità invece di redenzione

Ashitaka non è un eroe come lo conosciamo nei classici racconti d'avventura. Non vuole conquistare né dimostrare né mettere a posto qualcosa. Non porta con sé un difetto interiore che alla fine deve superare per sconfiggere il male. E ciò che lo spinge non è l'ambizione, ma una responsabilità. Proprio per questo motivo, a prima vista, sembra quasi fuori dal tempo.

Perché Ashitaka sa che probabilmente morirà: la maledizione nel suo braccio non è un drammatico conto alla rovescia che lo sprona a compiere grandi imprese, ma un promemoria permanente di quanto siano vicine la violenza e la perdita di controllo. Ogni volta che combatte, si rende conto di quanto sarebbe facile arrendersi a questo potere. Quanto è seducente. Quanto è efficiente e definitivo.

La decisione che deve prendere ancora e ancora non è quindi una posa eroica, ma un atteggiamento: non agire per odio. Né per vendetta. Né per il bisogno di fare i conti con qualcuno, anche se si è già subito un torto. Ashitaka interviene solo quando non c'è altra scelta, e anche in questo caso il meno possibile. Sa cosa succede se si fa un passo troppo lungo.

Ne porta già le conseguenze dentro di sé.

È proprio per questo che si trova in mezzo a tutti i fronti. Le persone sono sospettose nei suoi confronti perché capisce la foresta. È estraneo agli dei perché è un essere umano. E per San è una provocazione perché si rifiuta di schierarsi. Ma Ashitaka non è un mediatore di soluzioni. È uno specchio. Rende visibile quanto tutti siano già induriti e quanto tutto rischi di andare terribilmente storto, anche se le azioni di entrambe le parti sembrano logiche dall'interno.

«To see with eyes unclouded by hate»

I paralleli con la società odierna, avvelenata dalla litigiosità e da una cultura del dibattito intransigente che non tollera la comprensione reciproca, sono tanto evidenti quanto dolorosi. Anche il desiderio di pace di Ashitaka viene ridicolizzato. Incompreso. Sembra quasi un ingenuo in un mondo che ha imparato che la violenza funziona. Ma è proprio qui che risiede il vero messaggio di «Principessa Mononoke»:

«To see with eyes unclouded by hate».

Vedere con occhi non offuscati dall'odio... Cosa significa? Ci ho pensato a lungo. Non provare rabbia? Nessuna sofferenza? Non ci sono confini da tracciare? Non penso. Sarebbe troppo facile. E impossibile. Credo che significhi non fare del proprio dolore il metro di misura di tutto il resto. Non prendere ogni colpo come un lasciapassare per rispondere. E non trasformare immediatamente ogni ingiustizia in un'identità.

Inoltre, per me, vedere con occhi non offuscati dall'odio significa ascoltare la persona che ti ha fatto del male. Non per essere d'accordo con lui, ma per capire perché crede di avere ragione. Per me significa fermarsi nel momento in cui tutto grida di irrigidirsi. E significa chiedersi se il passo successivo protegge davvero o si limita ad alimentare la tensione.

Vedere con occhi non offuscati dall'odio – ne sono ormai abbastanza sicuro – significa non avvelenarsi. Eccoci di nuovo qui: con l'odio come stato tossico che non fa altro che distruggere.

Perché questo film rimane impresso

Ashitaka ha riconosciuto tutto questo molto tempo fa. Vede la foresta morire e riconosce ancora la paura della gente. Vede la violenza degli uomini e riconosce il dolore degli dei. Vede il ciclo dell'odio e quindi non decide a favore della verità più conveniente, ma di quella più difficile: che diverse verità possono esistere una accanto all'altra senza che una di esse debba essere sradicata.

E così «Principessa Mononoke» ci costringe a sopportare queste prospettive interiori. Ci toglie la nostra comoda indignazione. Rifiuta di etichettare semplicemente le altre opinioni e ci ricorda che la chiarezza non sta nell'avere ragione, ma nel non fare dell'odio la nostra bussola.

Forse è proprio questo il motivo per cui «Principessa Mononoke» è ancora oggi così attuale. Perché sarebbe bello se tutti potessimo farlo: «Vedere con occhi non offuscati dall'odio».

Immagine di copertina: Frenetic Film / Studio Ghibli

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Scrivo di tecnologia come se fosse cinema – e di cinema come se fosse la vita reale. Tra bit e blockbuster, cerco le storie che sanno emozionare, non solo far cliccare. E sì – a volte ascolto le colonne sonore più forte di quanto dovrei.


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